8. Analisi generale dei dati di Italiano 2000
8.12 Interpretazioni generali dello
stato dell’italiano nel mondo
Che la situazione non appaia
sistematicamente definita, se facciamo interagire le variabili studenti / corsi
/ insegnanti, è reso evidente dal fatto che essa non è definibile semplicemente
opponendo le aree in cui aumentano gli studenti e parallelamente i corsi e i
docenti, a quelle in cui i tre fattori sono concordemente in diminuzione. Se la
situazione dell’italiano nel mondo fosse riconducibile a questi due modelli
sarebbe semplice individuare correttivi locali e/o di sistema per riorientare
le situazioni che si trovano nella seconda condizione verso la più generale tendenza
all’espansione dell’italiano L2.
Fra la prima e l’ultima configurazione
abbiamo visto che si trovano casi intermedi nei quali i tre fattori si
mescolano in modo non correlativo producendo realtà dove di volta in volta a
predominare sono scelte di tipo amministrativo relative alla gestione dei
corsi, scelte organizzative di tipo didattico, risorse a disposizione,
costrizioni legislative locali.
Se Italiano 2000 ha individuato
situazioni di sofferenza nella diffusione della nostra lingua all’estero,
occorre esaminare innanzitutto proprio queste per ricercarne le cause,
evidenziarne le caratteristiche di processo, proporre eventuali misure
correttive. Il numero non irrilevante degli IIC che si trovano in questa
condizione ci appare un fenomeno troppo in grado di interferire pesantemente in
un processo del quale si cerca di individuare i tratti più capaci di diventare
sistematici e tali da consentire di trasformare in patrimonio consolidato ciò
che può essere ancora troppo fragile.
Le cause della diminuzione della
presenza dell’italiano possono essere varie, non tutte imputabili all’attrito
fra domanda e offerta formativa: situazioni di crisi internazionale (ad
esempio, Addis Abeba) sicuramente non favoriscono gli investimenti dei cittadini
nei processi formativi.
Nelle aree caratterizzate da crisi
politiche è ovvio che si avranno difficoltà a investire nella formazione
linguistica. Nelle aree dove la crisi è socioeconomica, gli interventi italiani
per la diffusione della nostra lingua difficilmente potranno trasformarsi in
effetti radicati nella realtà locale se non si accompagnano e se non si
integrano con azioni sul piano degli investimenti economici.
Ancora una volta emerge come la
metafora del mercato delle lingue ha in realtà un valore reale, segnalando il
legame – forse inaspettato, mai prima d’ora così nettamente definito – fra la
possibilità di diffondersi della lingua italiana fra gli stranieri e i processi
economico-produttivi del ‘sistema Italia’. La diffusione della lingua accompagna
e sostiene tali processi; questi provocano un effetto linguistico, poiché dal
discorso con i nostri connazionali e le nostre realtà economiche sulla materia
degli scambi economici può derivare la necessità di sviluppare una competenza
nella lingua italiana che permetta di svolgere nella nostra lingua tale
discorso.
Da qui la prima proposta operativa:
sostenere e sviluppare le iniziative di ricerca e di formazione linguistica
aventi per oggetto la lingua italiana del settore economico-commerciale-finanziario-produttivo.
In altre realtà la crisi appare più
pesante, soprattutto quando investe situazioni che vedono una tradizionale
presenza di consistenti nostre comunità emigrate: in questi casi si viene a
interrompere un legame che si potrà ricostruire solo a prezzo di enormi
investimenti in termini di risorse umane, culturali e finanziarie. Proprio in
tali situazioni l’eventuale scelta di non impegnare direttamente gli IIC
nell’offerta di formazione linguistica apporta fattori di destabilizzazione in
una condizione di complessa interazione fra i vari soggetti in contatto con la
realtà italiana: università, agenzie formative private, comunità italiane,
scuole italiane, altre agenzie culturali. Dato che spesso i rapporti fra questi
soggetti non appaiono sinergicamente organizzati in maniera da sviluppare una
strategia coordinata ed efficace per la diffusione della lingua e della cultura
italiane, il non impegno dell’IIC fa venire meno un soggetto istituzionale che
potrebbe avere il ruolo di compensare carenze derivanti dallo ‘spontaneo’
mercato degli interventi per la diffusione della nostra lingua, o il ruolo di
rappresentare, se non il coordinatore di una strategia, almeno un parametro
istituzionale di riferimento, capace di dare indicazioni agli altri soggetti
almeno con il prestigio della propria posizione e della qualità della propria
proposta.
Nei paesi che sono punto di partenza
di movimenti migratori verso l’Italia l’aumentata diffusione dell’italiano
tramite una più consistente ed efficace offerta formativa potrebbe avere una
funzione di spendibilità sociale immediata: apprendere l’italiano prima di
partire verso il nostro paese pone le condizioni decisive per potersi inserire
correttamente ed efficacemente nella società e nel mondo del lavoro italiani.
Si potrà dare attuazione a tale possibilità se l’offerta formativa si
strutturerà in maniera adeguata ai bisogni dell’apprendente, che in questo caso
è un potenziale migrante: dovrà selezionare i temi e gli obiettivi formativi in
rapporto alle esigenze di comunicazione entro i contesti nei quali si troverà
inserito il migrante una volta arrivato in Italia.
Anche se non dovesse realizzarsi il
progetto di migrazione, l’aumentata offerta formativa potrà diffondere nelle
società locali l’attenzione verso la nostra lingua e a ciò che vi è di
connesso: la società, la cultura, i processi economico-produttivi.
Non si dimentichi, infine, che il
migrante, una volta rientrato nel suo paese, vi porta l’esperienza di contatto
con la nostra lingua in Italia, creando in tal modo un ulteriore elemento di
orientamento dei suoi connazionali verso l’italiano, che si vedrà aggiunto
l’ulteriore fattore di attrattività costituito dalle competenze dei migranti,
soprattutto di coloro che hanno avuto successo nel progetto migratorio. In
questa prospettiva, i molti immigrati stranieri che si candidano in Italia agli
esami di certificazione di competenza linguistica rappresentano il segnale del
valore, sì strumentale, ma anche simbolico che hanno tali riconoscimenti: il
conseguimento di una certificazione ufficiale di competenza linguistica segnala
il successo in almeno un segmento del progetto migratorio. Di ritorno nel
proprio paese, l’italiano, appreso e certificato, diventa un valore capace di
produrre ulteriore attenzione su di sé.
Il questionario di Italiano 2000
ha dato interessanti risultati nella parte relativa alla posizione
dell’italiano rispetto alle altre lingue apprese. Fra le lingue straniere che
vengono scelte per prime, al primo posto si colloca l’inglese (69,2%), seguita
dallo spagnolo (10,3%), dal francese (7,7%), dal tedesco (2,6%) e da altre
lingue. La sorpresa è di vedere il francese non più in lizza con l’inglese,
come lingua oggetto di insegnamento / apprendimento, ma con lo spagnolo, che
sembra sopravanzarla. L’italiano non è mai, purtroppo, la lingua scelta come
prima lingua straniera insegnata / appresa. Fra le lingue straniere che vengono
scelte per seconde, al primo posto si colloca il francese (50%), seguita
dall’inglese (15%), dallo spagnolo (10%) e dall’italiano, al quarto posto con
il 7,5%, a pari posizione con il tedesco. Tra le terze lingue straniere, al primo
posto sale il tedesco (40,9%) e l’italiano va al secondo posto (25%). Tra le
quarte lingue scelte, l’italiano è al primo posto (63,9%).
Come valutare questi risultati? Alla
luce della nostra indagine, l’italiano si conferma come una delle prime cinque
lingue più studiate nel mondo, pur se non certo al primo posto. La lingua
italiana comincia ad apparire dalla seconda linea di lingue straniere scelte,
per salire progressivamente per arrivare al primo posto fra le lingue scelte
per quarte. L’andamento è crescente, ma la distribuzione è penalizzata, ad
esempio rispetto al tedesco, perché l’italiano non è presente fra le lingue più
scelte per prime. La contrapposizione fra indice di presenza (crescente per
l’italiano) e indice di distribuzione non ci favorisce sempre e comunque; ma
l’indice di presenza crescente è segno dell’andamento in espansione della
nostra lingua negli ultimi anni.
Grafico n. 23 –
Indice di insegnamento / apprendimento delle lingue straniere

Nelle situazioni dove è più netta la
concorrenza delle altre lingue a grande diffusione sembra indispensabile mirare
a far incontrare le dimensioni linguistico-culturale da un lato, economico-produttiva
dall’altro. Affidare la capacità di competizione solo alla prima dimensione
significa collocarsi in nicchie residuali, in cui la sicurezza di sopravvivenza
non è garantita né dalla forza della nostra tradizione intellettuale né dalla
presenza delle comunità italiane né dalla vicinanza geografica e culturale con
il nostro paese. La concorrenza sul piano economico vede le altre lingue a
grande diffusione (e con maggiori risorse da investire nella propria diffusione
internazionale) impegnarsi a occupare tutti gli spazi possibili utilizzando
tutti i mezzi possibili. Esempi di tali processi, che vedono l’italiano
chiudersi in situazioni difensive anche là dove era tradizionalmente presente,
possono essere considerate alcune aree dell’America latina o del vicino
Mediterraneo, così come quelle dove lo sviluppo economico in fase di avvio
allarga la concorrenza fra sistemi produttivi a quelli culturali (pensiamo a
quanto avviene nell’Europa dell’est). E ancora, nello stesso processo rischiano
di cadere anche alcune aree europee occidentali dove la tradizione
intellettuale da sola non può bastare a garantire i valori che una lingua può
proporre all’identità delle società con cui entra in contatto: tali valori si
nutrono di un’immagine sempre viva, di una capacità di proporre schemi di
identità sociale e culturale che siano propositivi e positivi, diversi da
quelli di altri poli di diffusione linguistico-culturale.
Pensare che in tanta concorrenzialità
fra lingue sia sufficiente il retaggio della cultura intellettuale italiana
significa accettare l’idea di una limitata diffusione dell’italiano fra
stranieri: è fuori di dubbio che tale posizione non giustificherebbe
investimenti sulla nostra lingua / cultura, con conseguenze a tutti i livelli.
Non varrebbe più la pena proporre formazione riservata ai docenti, che
avrebbero miseri spazi di occupazione possibile; non varrebbe più la pena
studiare l’italiano, visto che il contatto con la nostra cultura può
tranquillamente avvenire anche mediante la lingua materna degli stranieri;
l’industria culturale italiana e straniera centrata sulla diffusione della
lingua / cultura (editoria tradizionale, editoria multimediale, agenzie private
di formazione ecc.) si vedrebbe destinata alla chiusura. Al limite, l’idea di
una lingua basata solo sul retaggio della propria cultura intellettuale
potrebbe giustificare la cessazione degli interventi di sostegno statale: tale
patrimonio culturale, infatti, comunque continuerebbe a produrre attrazione; il
problema è che tale processo andrebbe inesorabilmente verso la diminuzione prossima
allo zero, fino a raggiungere una dimensione puramente residuale.
Le cose, cioè la realtà dei fatti,
vanno in direzione opposta. Esiste una industria culturale delle lingue, anche
dell’italiano, che deve poter operare entro il mercato mondiale delle lingue. I
soggetti che agiscono nella formazione in italiano L2 sono molto più attivi e
capaci di creare opportunità di sviluppo della nostra lingua di quanto si
creda. I numeri in aumento degli studenti segnalano l’esistenza di richieste
tipologicamente differenziate rispetto al solo interesse culturale.
Per forza di cose, dunque, l’italiano
si posiziona nel mercato delle lingue con più identità.
8.12.6.1 Le lingue in competizione
con l’italiano
Non ci sembra possibile proporre
un’interpretazione dei complessi e contraddittori processi che riguardano
l’italiano diffuso fra gli stranieri, anche solo limitando l’analisi ai dati
più macroscopici, senza ritornare al modello che abbiamo proposto, a quel
‘mercato delle lingue’ che è, in realtà, metafora del sistema globalizzato e
insieme in competizione di modelli di economia e di sistemi economici, di
culture e di identità culturali, di modi di vivere e di società, di valori individuali
e collettivi.
In questa prospettiva, il mercato
delle lingue appare caratterizzato molto di più di quanto non si possa pensare
a un’analisi di superficie dai tratti di complessità e di contraddittorietà che
caratterizzano la situazione dell’italiano. E non sarebbe possibile altrimenti,
dal momento che la capacità di diffusione di una lingua è sì funzione delle sue
intrinseche caratteristiche, ma una visione sistemica mette in evidenza le
dipendenze, le relazioni con i restanti elementi del sistema. In realtà, anche
il solo riconoscimento delle caratteristiche intrinseche di una lingua in
quanto fattori di attrazione culturale è il risultato di un processo
relazionale che vede la lingua posizionare i propri valori in dipendenza dagli
altri elementi, dalle altre lingue.
Dal punto di vista del mercato delle
lingue, il numero degli studenti iscritti ai corsi di italiano nel mondo non
può certo essere paragonato a quello dell’inglese, del francese, del tedesco,
dello spagnolo. La graduatoria, però, non è statica: la stessa supremazia
dell’inglese dipende fortemente dal suo valore d’uso strumentale e immediato
nella comunicazione quotidiana e nelle interazioni di affari. Pur essendo una
lingua di grande spessore culturale, la sua attrattività non dipende oggi solo
da questa caratteristica. Ciò significa che il valore d’uso della prima lingua
a diffusione internazionale negli scambi interlinguistici dipende dalle
funzioni che le assegnano i suoi apprendenti: ne derivano implicazioni che, a
partire dalla gamma di funzioni per le quali l’inglese è usato, investono le
sue stesse caratteristiche strutturali. La riduzione semplificante, sempre più
lamentata per l’inglese nel momento in cui si diffonde in modo egemone, deriva
da una spinta in tal senso da parte dei suoi nuovi apprendenti non nativi. Le
conseguenze di tali processi, anche nei rapporti di concorrenza con le altre
lingue, non sono semplici né immediatamente identificabili: non è da escludersi,
in futuro, un riposizionamento stesso dell’inglese nella graduatoria delle
lingue più diffuse internazionalmente proprio a causa delle ristrutturazioni
interne dovute alle pressioni dei suoi apprendenti non nativi. Le lingue
cambiano nell’uso: la struttura interna ne è coinvolta, ma questa interagisce
anche sui valori che decidono l’adozione o meno di un idioma nello scambio
interlinguistico.
L’italiano si colloca in una
situazione di competizione con alcune singole lingue: il francese, il tedesco,
lo spagnolo possono precedere l’italiano come oggetto di apprendimento se
consideriamo la questione secondo una visione generale, ma se la consideriamo
più analiticamente, l’italiano riesce a entrare in competizione con tali lingue
in diverse realtà locali in base a motivi che uniscono le caratteristiche delle
situazioni particolari e quelle che la nostra lingua / cultura riesce a
veicolare.
La competitività dell’italiano in
determinate realtà locali viene a dipendere da fattori di contesto, da processi
di tipo economico-commerciale, dalla capacità di presa dei modelli
linguistico-culturali-sociali italiani su una determinata società. Può essere
allora la presunta vicinanza fra modelli o il fatto che sia punto di
riferimento negli scambi economici a orientare sulla nostra lingua un numero
consistente di apprendenti e a posizionare l’italiano in seria concorrenzialità
con lingue generalmente più diffuse nel mondo.
8.12.6.2 Nuove manifestazioni
dell’identità culturale
La competitività dell’italiano in base
a caratteristiche particolari ci riporta allo spessore culturale su cui si
fonda: il suo legame con la tradizione intellettuale che si è concretizzata
nella produzione artistica, letteraria, musicale attivano processi di
attrazione che mitizzano tutto il ‘sistema Italia’. In tale prospettiva di
attrazione si pongono i pubblici stranieri motivati culturalmente al contatto
di apprendimento con l’italiano, ma si collocano anche i milioni di turisti che
ogni anno arrivano in Italia nella riproposizione contemporanea del grande
viaggio nel nostro paese. Anche in tal caso la lingua italiana entra nello
spazio linguistico individuale e di gruppo, fa passare nell’immaginario
collettivo i valori culturali e sociali collegati, fa riportare le sue tracce
nei paesi di provenienza dei turisti.
Questi due elementi (i fattori di
contesto e i valori culturali) sui quali l’italiano può fondare la propria
competitività nei confronti di diverse altre lingue nel mercato mondiale delle
lingue si integrano nelle nostre comunità emigrate. In diverse realtà locali le
nostre comunità sono portatrici di valori che, sulla base di una mobilità
verticale di posizione economica all’interno delle società ospiti, rendono
trasparente nell’immaginario culturale e linguistico i valori culturali e
sociali che si riannodano a quelli della tradizione intellettuale e delle sue
produzioni. La creatività è associata dagli stranieri, allora, ai valori
estetici; l’azione economica si sposa con i valori del gusto, che da quello
estetico trapassa a quello materiale della cucina. Come esempio di tale
situazione citiamo il Giappone, dove valori estetici, attrazione della moda,
ricchezza della cucina lavorano tutti a favore della grande diffusione recente
della nostra lingua.
Il problema è che anche per questi
fattori di competitività dell’italiano la variabilità incontrollata li rende
fortemente dipendenti da fattori di contesto e quindi fortemente volatili.
8.12.6.3 La variabilità come
caratteristica portante della diffusione dell’italiano L2
Se accettiamo l’idea di una
competitività generale entro il mercato delle lingue, riconosciamo che gli
elementi di variabilità caratterizzano tale sistema: ciò che sembra specifico,
come elemento negativo, della condizione dell’italiano diffuso fra gli
stranieri, appare in realtà un tratto generale dei rapporti contemporanei fra
le lingue. Da questo punto di vista, possiamo parlare, allora, di una
interpretazione italiana di tale variabilità, non di un tratto esclusivo della
nostra condizione. Da ciò una conseguenza: in ciò che vi è di positivo e di
negativo nei tratti di variabilità generalizzata all’intero sistema del mercato
delle lingue, l’italiano vi contribuisce e ne risente.
Appare plausibile, allora, ritornare
al numero in aumento degli studenti stranieri di italiano dal 1995 al 2000: è
frutto sicuramente degli interventi del sistema formativo, culturale, sociale, economico,
istituzionale italiano. Esso è però anche conseguenza dell’esistenza del
mercato mondiale delle lingue, delle sue tendenze massificanti e globalizzanti
da un lato, variazioniste e localiste dall’altro. Siamo in un momento storico
in cui la diffusione dell’apprendimento delle lingue è in fase di forte
espansione, trovandosi a essere campo di dialettica fra vari sistemi nazionali,
ma essendo anche un settore di produzione economica. Si parla di industria
delle lingue come di un settore della produzione economica applicata al
campo culturale, coinvolgente l’elaborazione tecnologica, l’efficienza dei
sistemi formativi, le capacità di elaborazione intellettuale, di ricerca
scientifica, di innovazione.
Paradossalmente, l’immane impegno
messo dai rispettivi paesi nella diffusione dell’inglese e del francese ha
comportato un effetto di trascinamento sull’intero sistema: in un mercato
mondiale delle lingue che è in espansione anche l’italiano si trova ad
aumentare il numero degli stranieri che vi si avvicinano per apprenderlo. E non
è importante che per essi sia la seconda, la terza o la quarta L2 appresa: è
rilevante che il processo coinvolga in modo sistematico la nostra lingua.
Con tale affermazione non vogliamo
sminuire il ruolo delle azioni positive di propulsione messe in atto in questi
ultimi decenni per diffondere l’italiano e i loro effetti di stimolo[1].
Non vogliamo nemmeno giustificare l’assenza di interventi sulla base del fatto
che il mercato trascinerebbe anche la nostra lingua all’aumento della sua
diffusione pur in assenza di grandi investimenti. Vogliamo in realtà
sottolineare due aspetti che si aggiungono alle azioni positive che hanno consentito
di aumentare il bacino di utenza della nostra lingua.
Innanzitutto, in un mercato in
aumento, e in un mercato che si basa sulla variabilità dei processi, appare
ingiustificabile la perdita di pubblico reale manifestatasi in modo consistente
in parecchi IIC. Se la perdita di studenti si fosse svolta entro un processo
controbilanciato solo dalle azioni positive delle istituzioni italiane, sarebbe
stata valutata meno gravemente rispetto a una considerazione che vede l’intero
sistema muoversi verso l’espansione. Ciò ci spinge a sottolineare un rischio
che riteniamo gravissimo: in una situazione di variabilità e di fluttuazione
poco controllabile, la perdita di studenti, cioè di pubblico reale, può
essere non grave se non viene intaccata la fascia di pubblico potenziale
dell’italiano L2. In un mercato in espansione, però, la perdita di pubblico
reale in situazioni dove le condizioni potrebbero agire tutte in direzione
opposta significa correre il rischio di contribuire a creare una fascia di non-pubblico,
cioè di soggetti per i quali non solo e non tanto la lingua italiana non
rientra nei progetti di investimento formativo, ma la stessa Italia, i suoi
tratti economici, sociali, culturali escono fuori da ogni possibilità di
contatto. Le conseguenze dirette, in questo caso, non sono solo sulla lingua
italiana, ma sull’intero ‘sistema Italia’.
Non vogliamo dare a tutti i costi
un’immagine positiva della situazione dell’italiano nel mondo, ma sicuramente
l’allargamento della gamma di motivazioni e la differenziazione dei pubblici rispecchiano
l’immagine di sistema variato e dinamico che proprio attira tali pubblici e le
loro motivazioni multivariate. A nostro avviso, però, è presente in questa
situazione un rischio molto forte, un elemento che rischia di bloccare ogni
possibilità di reale competitività della nostra lingua nel mercato mondiale
delle lingue. Ci riferiamo al fatto che la variazione e dinamismo devono
potersi radicare come fattori realmente interni e strutturali del nostro
sistema di offerta, mentre ad oggi ci sembrano ancora fattori superficiali, più
subiti che proposti secondo una progettazione consapevole: da tale non
radicamento, da tale superficialità deriva un’intrinseca instabilità al sistema
complessivo dell’italiano nel mondo.
8.12.6.4 Strategie comuni di
diffusione delle lingue
Il secondo elemento che vogliamo
sottolineare è costituito dal fatto che il mercato delle lingue non si
concretizza solo in processi di concorrenza. L’italiano può e deve trovare
appoggi e alleanze con altre lingue, di volta in volta scegliendo le funzioni e
gli obiettivi di tali alleanze: penetrare in un determinato mercato, evitare il
soffocamento a fronte di un’azione di diffusione massiccia di un’altra lingua,
partecipare alla costruzione di un’identità che supera quella nazionale.
Quest’ultimo punto investe
direttamente la nostra posizione entro il sistema europeo delle lingue. A
nostro avviso, il mercato mondiale delle lingue è in espansione grazie al
contributo determinante (pur se non esclusivo) della politica linguistica delle
istituzioni europee: dai progetti dei Livelli Soglia al recente Framework
comune per la diffusione delle lingue, dalla tutela delle lingue meno diffuse
ai modelli interculturali di plurilinguismo, il baricentro dell’elaborazione
glottodidattica e della progettualità orientata allo sviluppo di un’idea di
cittadinanza europea fondata sul contatto fra le lingue e sul loro
apprendimento si è sempre più determinato nel vecchio continente.
Ne è derivata anche per l’italiano la
condivisione di una linea che ha avuto come effetto quello di renderci
partecipi della grande spinta propulsiva derivante dall’impegno
teorico-metodologico e di investimento di risorse maturatosi a livello
comunitario.
Anche solo tenendo conto di tale
condivisa identità europea, appare ancor più vasto e aperto il campo entro il
quale può svolgersi l’azione istituzionale di diffusione della nostra lingua,
tesa a rendere pubblico reale quello che è solo pubblico potenziale del
contatto con la nostra lingua e cultura; e altresì appare ugualmente centrale
l’obiettivo di conquistare fasce sempre più vaste di quello che si trova nella
condizione di non-pubblico.
[1] Si pensi a quanto fanno le Università per
Stranieri di Siena e di Perugia, alla diffusione delle certificazioni CILS - Certificazione
di Italiano come Lingua Straniera di Siena, CELI di Perugia, IT della Terza
Università di Roma, di quella della Società Dante Alighieri, delle diverse
certificazioni elaborate localmente da altre agenzie culturali. Si pensi al
sistema delle scuole private di italiano e alla loro capacità di penetrare nei
paesi stranieri e di attirare studenti in Italia. Non si dimentichi, infine,
quanto il sistema scolastico istituzionale italiano produce in termini di
formazione linguistica del 1.700.000 immigrati stranieri adulti e dei 140.000
bambini presenti nella scuola; e quanto nella stessa direzione fanno le agenzie
del volontariato. A ciò si aggiunga la rete delle università straniere. E non
da ultimo come importanza, le attività delle nostre scuole all’estero, dei
corsi di lingua e cultura, gli interventi culturali promossi dalle nostre
istituzioni all’estero.