3. Il quadro generale dell’italiano L2 e le ipotesi di ricerca

 

 

 

3.3 Le altre indagini sull’italiano diffuso fra stranieri

 

3.3.1 L’indagine del Consiglio Nazionale delle Ricerche

 

Dopo la grande indagine di Baldelli, il pubblico degli apprendenti l’italiano non è più stato oggetto di uno studio così ampio e sistematico. Sono state realizzate altre ricerche, su aspetti o su fasce di pubblico particolari, che hanno fornito delle indicazioni importanti sui mutamenti che stavano verificandosi nella diffusione dell’italiano fra stranieri.

Nel 1981 è stata promossa l’indagine sulle condizioni dell’insegnamento dell’italiano all’estero, finanziata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e realizzata, su iniziativa dei proff. Freddi e Petronio, da docenti delle Università di Venezia e di Trieste con la collaborazione di un gruppo di ricercatori del Centro di Linguistica Applicata e Didattica dell’Università degli Studi di Brescia. Oggetto della ricerca erano i corsi di italiano tenuti fuori d’Italia. Tramite alcuni questionari si mirava ad individuare i corsi, le loro finalità generali e gli obiettivi specifici, i materiali e il modo in cui la lingua veniva insegnata[1].

Questi sono in sintesi i dati emersi dall’indagine. Nel 1982, anno a cui si riferisce la rilevazione,  circa l’86,84% dei corsi di italiano avevano esplicite finalità culturali (Freddi, 1987: 98). In questi corsi l’italiano veniva studiato “come lingua di cultura e di contatto in risposta a motivazioni culturali generiche, come ad es. turismo in Italia (59,87%)” o “come lingua di cultura in risposta a motivazione specifiche: studio dell’arte, della musica, del cinema, della letteratura del nostro paese ecc. (26,97%)”. La percentuale totale dell’86,48%, in pratica la stragrande maggioranza del pubblico dell’italiano, era quindi ottenuta sommando le risposte di chi dichiarava  una motivazione culturale generica come il turismo in Italia e di chi invece indicava una motivazione culturale specifica, cioè lo studio dell’arte, della musica e altri aspetti della cultura italiana. Questa scelta non ci sembra del tutto giustificata perché una motivazione culturale specifica non ci sembra assimilabile a una motivazione generica di avvicinamento alla cultura. Chi studia la lingua italiana per conoscere l’arte o la musica italiana ci sembra piuttosto spinto da una motivazione di studio, vista come investimento per un lavoro futuro. Ad ogni modo è sempre considerevole la percentuale del  59,87% di motivazione culturale generica, che è ancora il motivo predominante per l’organizzazione  di corsi di italiano.

 

 

3.3.2 Indagini su aree e pubblici specifici

 

In seguito, due convegni organizzati alla fine degli anni ’80 ad Amsterdam (1988) e a Buenos Aires (1986) hanno fatto il punto sullo studio dell’italiano nei vari paesi europei (Lo Cascio 1990) e in America Latina (Lo Cascio 1987) e le indagini raccolte dalla Fondazione Giovanni Agnelli (AA. VV. 1982) hanno esaminato l’offerta di lingua italiana in singoli paesi: Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna, Canada, Stati Uniti, Argentina, Brasile e Australia.

Altre ricerche hanno fotografato le motivazioni che spingono chi viene a studiare italiano in Italia. Le indagini di Maggini e Parigi (1987 e 1988) e di Maggini (1997) hanno avuto come campione gli studenti dell’Università per Stranieri di Siena, e quelle di Covino Bisaccia (1989 e 1990) hanno analizzato le motivazioni allo studio dell’italiano degli studenti dell’Università per Stranieri di Perugia.

In tutte queste indagini si comincia a delineare una nuova linea di tendenza: i motivi di apprendimento dell’italiano non sono più quelli genericamente culturali, ma cominciano a diversificarsi.

Lo Cascio (1991: XXIII), commentando le indicazioni ricavate dalle relazioni sulla diffusione dell’italiano nei singoli paesi europei tenute durante il convegno di Amsterdam, conclude che “l’interesse nel mondo per l’Italia e il processo di penetrazione culturale che essa sta operando non sono più limitati alla élite come una volta (intellettuali, artisti, professionisti ecc.), ma si estendono alla massa. Diverse quindi sono le richieste che ci pervengono. Richieste di approfondimento culturale, richieste di contatti ed agganci a livello commerciale, tecnico, scientifico, economico e di altra natura”.  Quindi nel corso degli anni ’80 l’apprendimento dell’italiano diventa un fenomeno meno elitario e soprattutto interessa maggiormente i giovani.

L’indagine di Maggini e Parigi (1987) ha messo in luce che il pubblico dei corsi per stranieri tenuti a Siena era composto prevalentemente da giovani studentesse in gran parte di nazionalità europea (CEE), statunitense e giapponese. Queste vengono per lo più attirate nel nostro paese a studiare la lingua, non “perché l’italiano è l’idioma di Dante Alighieri o Gioacchino Rossini, anche se esiste un gruppo di discenti stranieri sorretto da tale motivazione, ma perché è attratto dal modo di vivere degli italiani, dalle loro abitudini, dai loro comportamenti sociali”.

Una conferma ancora maggiore della nuova tendenza si ha nei successivi lavori di Covino Bisaccia. L’analisi delle risposte date a due questionari motivazionali a cui era stata sottoposta un’ampia percentuale di studenti che aveva frequentato i corsi a Perugia durante il 1988, fa concludere a Covino Bisaccia (1990: 80) che la maggior parte di loro “desidera apprendere la lingua italiana per ragioni di tipo, in misura variabile, strumentale”. Infatti la maggior parte degli studenti che avevano risposto al primo questionario dichiara di imparare l’italiano perché è una lingua che serve per lo studio (48,7%) e per il lavoro (18%). La motivazione culturale scende al 14% (Covino Bisaccia 1989). Questa tendenza è ulteriormente confermata dall’analisi delle risposte date al secondo questionario (Covino Bisaccia 1990).

All’interno dell’Università per Stranieri di Siena sono stati promossi altri studi su singole aree di diffusione della lingua italiana all’estero mediante il ricorso a tesi di laurea. Monami (2000) e Stefanoudaki (2000) rappresentano gli studi più recenti relativi rispettivamente alla Spagna e all’Uruguay.

Occorre infine citare l’indagine realizzata sui candidati iscritti a sostenere l’esame di Certificazione di Italiano come Lingua Straniera CILS dell’Università per Stranieri (Bandini et al. 1999). L’indagine, che si riferiva a candidati che hanno sostenuto l’esame sia all’estero sia in Italia, ha messo in luce in modo ancora più netto la diversificazione fra le motivazioni. Si evidenziano nuovi bisogni linguistici più specifici e più finalizzati al mondo dello studio e del lavoro, che solo il fatto di essersi iscritti a un esame di certificazione mette in luce. La maggior parte dei candidati sono infatti spinti a studiare l’italiano e ad avere un riconoscimento ufficiale della competenza acquisita proprio perchè hanno necessità di spenderla  e utilizzarla in contesti di studio, di lavoro o per la loro integrazione sociale. 

 

 

3.3.3 L’indagine della Società Dante Alighieri (1999)

 

Il 30 maggio 1999 è stato presentato un rapporto frutto della collaborazione fra il CNEL – Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e la Società Dante Alighieri dal titolo Vivere italiano: il futuro della lingua. L’indagine è stata svolta nel secondo semestre del 1998 (Società Dante Alighieri 1999: 4) e ha preso come proprio ambito i Comitati della Società, esaminandone, tramite un questionario, le linee di azione centrate sulla diffusione della lingua italiana.

Colpisce il fatto che il rapporto restringe la gamma dei fattori di attrattività escludendo proprio quelli che costituiscono storicamente l’elemento caratterizzante della storia della diffusione dell’italiano fra stranieri. Secondo Società Dante Alighieri (1999: 5), infatti, “La consistenza della domanda di una lingua storica contemporanea – come è noto – dipende innanzitutto da due fattori: il grado e gli ambiti con cui questa si è affermata come lingua veicolare, le dimensioni quantitative dei gruppi umani”. Applicando questa prospettiva alla lingua italiana, ne deriva che essa può diventare lingua oggetto di apprendimento solo se lingua veicolare e in funzione dei gruppi dei suoi utenti: in tal modo, ciò che va spiegato in quanto novità dell’italiano (il suo essere anche lingua veicolare per stranieri) diventa il presupposto. Il richiamo ai gruppi umani, inoltre, da un lato segnala il numero non molto ampio dei nativi italofoni rispetto a quello di altre lingue (si pensi al cinese, all’inglese, allo spagnolo, all’hindi / urdu), ma anche implicitamente il richiamo alle nostre comunità all’estero, da sempre considerate cinghia di trasmissione della nostra lingua, con una problematicità di posizione e di dinamiche non indifferente a chi conosca la reale condizione linguistica delle nostre comunità emigrate.

L’ipotesi interpretativa del rapporto è che “L’Italia ha una immagine forte’ (Società Dante Alighieri 1999: 7);  le conclusioni interpretative del rapporto appaiono condivisibili: il rapporto della Società Dante Alighieri sottolinea che tale immagine forte dell’italiano è una risorsa culturale e comunicativa, anche se spesso intrecciata al giudizio negativo e al pregiudizio (ovviamente, non sulla lingua italiana, ma sulla società italiana in Italia e all’estero). Giustamente viene sottolineato il fatto che non si può né confondere né giustapporre cultura ‘alta’ e ‘bassa’, ma anzi la loro contaminazione è un fatto positivo. Ciò che non condividiamo è comunque l’idea che “il riferimento alla “mafia” può certamente essere inteso – oltreché nella intrinseca indicazione di criminalità organizzata – come sottolineatura della ‘forte coesione sociale nel privato’ che ha caratterizzato a lungo la società italiana” (Società Dante Alighieri 1999: 9). Questa interpretazione, oltre a non fare giustizia dei processi di coesione sociale nel privato, che non si vede perché debbano essere associati alla mafia, continua a mantenere viva quella ‘marmellata’ italiana dove tutte le identità si mescolano e tutto viene giustificato, anche il non voler vedere i cambiamenti e le spinte ai cambiamenti che si manifestano nelle comunità italiane all’estero.

L’indagine si è mossa anche lungo una prospettiva qualitativa, avendo chiesto agli informanti (i Presidenti dei Comitati locali della Società Dante Alighieri) quali fossero le parole italiane più note all’opinione pubblica locale, con l’intento di descrivere l’immaginario delle opinioni pubbliche locali circa la lingua – cultura – società italiana.

Il rapporto della Società Dante Alighieri sottolinea quello che viene chiamato ‘La fine del complesso “antiromano”’, secondo il quale alla ‘più larga opinione pubblica mondiale non è stato comunicato (e dunque difficilmente sarebbe riconosciuto), né il nuovo dinamismo sociale e civile delle aree settentrionali ed orientali del nostro paese, né i segnali di inversione di tendenza che anche al Sud vanno manifestandosi’ (Società Dante Alighieri 1999: 10). In realtà, Roma, Firenze e Venezia rimangono collocate nell’immaginario internazionale dell’Italia della tradizione artistico-culturale, mentre le aree produttive norditaliane sono ben presenti a tutti gli operatori stranieri che vi entrano in contatto per motivi economico-commerciali.

Il rapporto, sottolineata l’aleatorietà delle varie motivazioni allo studio dell’italiano, afferma che prevale come “di gran lunga percepita [sott.nostra] dai responsabili dei Comitati” la categoria ‘cultura generale’, con il 70,3% (Società Dante Alighieri 1999: 16), seguita dal turismo (49,4%). Dopo lo studio (34,8%) viene il lavoro (28,6%). Questa collocazione fa dire al rapporto: “Come è intuibile, ben difficilmente l’interesse ad una nuova occupazione può essere una ragione primariamente diffusa per l’apprendimento della nostra lingua” (Società Dante Alighieri 1999: 15). Con questa interpretazione il rapporto della Società Dante Alighieri perpetua una tradizione interpretativa che contraddistingue, con poche lodevoli eccezioni, la percezione che la didattica dell’italiano a stranieri ha della propria identità attuale.

Uno dei dati evidenziati dal rapporto della Società Dante Alighieri, a nostro avviso in parziale contraddizione con quanto appena riferito, è il fatto che l’Italia è vista, secondo i responsabili dei Comitati, presso l’opinione pubblica locale come “un paese dal grande patrimonio socio-economico” (82,5%); dato che si contrappone a quello per cui è “un paese dal clima buono e dove si vive bene”, che riceve solo il 13,7% dei consensi (Società Dante Alighieri 1999: 13).

La ricerca di partner nello sviluppo di azioni strategiche spinge il rapporto a una resa analitica che nasconde la portata delle azioni del mondo universitario: la risposta alla domanda circa l’istituzione italiana con la quale si preferirebbe entrare in contatto presenta la distinzione fra la voce ‘una Università’ (13%) e ‘Ministero dell’Università’ (23%): unite, le due voci portano al 36%, cioè posizionano il mondo universitario al primo posto fra tutte, e ci riesce difficile non vedere in questa collocazione il frutto dell’impegno decennale di vari atenei con i Comitati della Società Dante Alighieri, primi fra tutti quelli per stranieri di Perugia e di Siena.

Un dato che ci sembra importante messo in luce dal rapporto (e anche perché più quantitativamente controllabile) è costituito dal riconoscimento che la percentuale media della provenienza familiare degli utenti dei corsi di lingua è di origine non italiana (61%), con un ribaltamento di composizione che conferma quanto altre ricerche mettono in luce sullo stesso tema (Lebano 1999). Ciò significa che il ruolo delle comunità emigrate all’estero è cambiato: da cinghia di trasmissione a primo pubblico delle iniziative linguistico-culturali, i nostri emigrati all’estero hanno cambiato identità, posizione sociale, assetto linguistico. Nei corsi si presentano altri soggetti, con motivazioni ed esigenze formative diverse, la cui identità originaria non ha legami con lo spazio socioculturale e linguistico italiano; soggetti che conquistano come propria scelta il contatto con la nostra lingua in termini di apprendimento: il riconoscimento di tale presenza è il primo passo per l’attivazione di un processo di adeguamento delle strategie culturali di diffusione della nostra lingua alla nuova composizione dei suoi pubblici reali e potenziali.

 

 

3.3.4 I pubblici della CILS – Certificazione di Italiano come Lingua Straniera

 

Le certificazioni di competenza linguistica in italiano lingua straniera, diffuse a partire dal 1993, rappresentano una delle principali novità strutturali del sistema dell’italiano nel mondo. La CILS - Certificazione di Italiano come Lingua Straniera, realizzata dall’Università per Stranieri di Siena, è una delle tre certificazioni rilasciate da istituzioni universitarie[2]; ad oggi è l’unica che ha pubblicamente rendicontato sulle caratteristiche socioculturali e motivazionali dei suoi pubblici. Pur se i pubblici di una certificazione costituiscono solo una parte dell’intero universo degli apprendenti l’italiano, essi ne rappresentano la parte più avanzata e dinamica: volendo rappresentare come una piramide l’universo degli apprendenti, l’apice è costituito da coloro che richiedono una certificazione. In quanto parte apicale, è di entità ridotta, ma l’ampiezza quantitativa dei candidati alla CILS è tale ormai da far considerare tale apice come rappresentativo, in piccolo, delle complessive dinamiche dell’intero universo: in quanto apice, ha un legame di continuità strutturale con il resto dell’edificio.

Per quanto riguarda i dati complessivi, al giugno 2001 sono stati più di 15.000 i candidati agli esami di certificazione CILS, con una distribuzione in più di 100 sedi in Italia e nel mondo (v. tabella e grafico n.1). Prevalgono le donne sugli uomini (80% vs. 20%); la fascia d’età che vede la maggiore presenza è quella dei giovani fra i 19 e i 26 anni (44,8%). Le professioni, e supponiamo anche le motivazioni in termini di spendibilità sociale del conseguimento della certificazione, si diversificano: oltre alla fascia di chi non è impegnato professionalmente (non occupati, casalinghe), molto consistenti sono gli studenti, gli insegnanti, gli impiegati e altri tipi di lavoratori (liberi professionisti)[3]


Tabella  n. 1 - I pubblici della CILS (1993 - 2001)

 

 

1993

1994

1995

1996

1997

1998

1999

2000

2001

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giugno

61

378

524

742

1060

1118

1370

1680

3011

dicembre

92

230

363

586

855

883

1065

1218

 

totale

153

608

887

1328

1915

2001

2435

2898

15236

 

 

Quadro n. 1 – I pubblici della CILS (1993 – 2001)

 

 



[1] L’indagine prevedeva 3 diversi questionari: il primo aveva lo scopo di censire e conoscere gli enti che organizzavano corsi di italiano, il secondo di individuare le caratteristiche dei corsi di italiano, il terzo era destinato ai corsi universitari. I risultati della ricerca sono in Freddi (1987).

[2] Insieme al certificato CELI dell’Università per Stranieri di Perugia e all’IT della Terza Università di Roma. Il certificato della Società Dante Alighieri non è rilasciato da una istituzione universitaria e attualmente non ha livelli di diffusione paragonabili agli altri menzionati.

[3] Fonte: Bandini, Barni, Sprugnoli (1999).