3. Il quadro generale dell’italiano L2 e le ipotesi di ricerca

 

 

 

3.2 Le altre indagini sulla diffusione dell’italiano nel mondo

 

L’indagine Italiano 2000 deve necessariamente rapportarsi alle altre iniziative precedenti sullo stesso oggetto per poter individuare l’esistenza e la misura del cambiamento della situazione contemporanea rispetto a quelle passate. Tale obiettivo, apparentemente semplice, è reso difficile da raggiungere dal fatto che ogni indagine si è mossa non solo con modelli e quadri teorici di riferimento diversi, ma soprattutto con metodologie e strumenti di rilevazione che rendono difficile il puntuale raffronto fra i dati. Al ricercatore si presenta una situazione caratterizzata dall’alta variabilità procedurale: si va da inchieste svolte a tappeto su campioni  statisticamente rappresentativi a indagini i cui informanti sono selezionati casualmente; si passa da indagini quantitative ad altre principalmente qualitative; da inchieste estese a tutto  il mondo a lavori concentrati su aree geografiche o su pubblici o su strutture formative specifiche. Infine, l’elemento davvero in grado di ostacolare ogni confronto è dato dal fatto che la struttura e gli item degli strumenti usati, ad esempio i questionari, sono difficilmente sovrapponibili.

 Si tratta di una situazione poco felice, ai fini della comparabilità dei dati, che può essere attuata solo a costo di interventi di rielaborazione dei risultati, che comunque implica la non assoluta attendibilità dei risultati dei confronti.

Fatta questa premessa, è tuttavia ineludibile cercare il confronto per far emergere i tratti salienti, originali, davvero innovativi della situazione contemporanea. Nei paragrafi che seguono ripercorriamo, allora, in maniera necessariamente sintetica lo sviluppo delle varie indagini sull’italiano L2 realizzate a partire dalla fine degli anni ’70: tra tutte, Italiano 2000 ha dovuto restringere i soggetti con i quali confrontare i propri risultati e ha potuto prendere come punti di riferimento principalmente quella realizzata dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana e i dati delle rilevazioni periodicamente svolte dal Ministero Affari Esteri sulle proprie strutture periferiche, in particolare quella relativa al 1995.

 

 

 

3.2.1 I dati conoscitivi esistenti: l’indagine della fine degli anni ‘70

 

Nella definizione dell’ipotesi posta a fondamento di una ricerca Italiano 2000 prendiamo come primo punto di riferimento proprio i risultati dell’indagine di Baldelli, che riteniamo ancora la più estesa, sistematica e affidabile indagine sulla situazione dell’italiano diffuso fra stranieri. Tale indagine sviluppa la sua capacità informativa soprattutto in rapporto alla situazione della fine degli anni ’70 del Novecento. Ciò che oggi possiamo dire, rileggendo quella indagine presentata al grande convegno del 1982, promosso dal Ministero Affari Esteri e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, sull’italiano nel mondo, è che essa manifesta uno scarto fra la dimensione descrittiva e quella interpretativa: le conclusioni alle quali giunse oggi appaiono caratterizzate in maniera ampiamente diversa proprio a causa dell’agire di una serie di condizioni che hanno mutato, a partire dalla fine degli anni ’70, il quadro nel quale andava a diffondersi l’italiano[1]. Da quegli anni, infatti, il nesso lingua-cultura-società italiana ha sviluppato una nuova e più intensa capacità di attrazione presso gli stranieri ed è diventato oggetto di interesse entro un sistema planetario che oggi appare radicalmente cambiato e che proprio nella seconda metà di quel decennio stava innescando un mutamento epocale a tutti i suoi livelli.

Affermando ciò, proponiamo un’ipotesi interpretativa e, dunque, uno scarto fra il livello descrittivo e quello interpretativo: possiamo applicare il secondo sul primo solo oggi, sulla base della ricognizione delle caratteristiche della situazione attuale, che appare mutata rispetto ai dati presentati nella citata indagine. Per esigenze di coerenza scientifica e comunque conoscitiva la stessa operazione, cioè la presa d’atto di un cambiamento della situazione attuale, va applicata anche alla materia cui si riferisce Italiano 2000.

In precedenza, l’emanazione della legge 3.3.1971 n. 153 sulle attività linguistico-culturali destinate ai giovani discendenti dei nostri emigrati all’estero aveva continuato la linea di attenzione primaria rivolta dalle istituzioni statali italiane alla diffusione della nostra lingua all’estero scegliendo come canale e destinatario privilegiato la nostra emigrazione. Abbiamo già sostenuto tale interpretazione in diversi luoghi, e la ribadiamo anche in questa sede[2]: il destino della lingua italiana all’estero è stato considerato a lungo dalle nostre istituzioni nei termini che assume come problema fondante della complessa identità culturale e linguistica, insieme conservatrice e innovatrice, delle comunità emigrate all’estero. La condizione della lingua italiana oggetto di attenzione da parte degli stranieri e da loro studiata, appresa, usata, è spostata in seconda posizione nel sistema delle urgenze alle quali lo Stato sceglie di dare risposta: alla base di tale impostazione c’è l’idea forte che il legame fra lingua italiana e tradizione intellettuale italiana connoti in termini esclusivamente culturali le motivazioni degli stranieri al contatto, allo studio, all’apprendimento della nostra lingua. Dunque, la formidabile eredità intellettuale italiana nei settori della letteratura, dell’arte, della musica, e lo spessore delle vicende storiche che la contestualizzano costituiscono un capitale sociale per il nesso lingua-cultura-società italiana sul quale si potrà sempre contare, e che rappresenta perciò la giustificazione alla identificazione di altre urgenze nel momento in cui lo Stato guarda da una prospettiva linguistica oltre i propri confini politici.

La rendita di capitale costituita dal legame fra lingua italiana e identità intellettuale si collega a un altro punto fermo del quadro entro il quale si è sempre situata la politica statale su tali tematiche, ovvero il presupposto della dimensione elitaria, del numero limitato di stranieri caratterizzati dall’ambizione di studiare la nostra lingua: in questa visione l’italiano è, allora, lingua di cultura e di pochi, proprio i pochi dotati di alti livelli di cultura.

L’indagine realizzata dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana e diretta da Ignazio Baldelli apre, in tale panorama, una nuova prospettiva.

Relativamente alla grande indagine ministeriale sulle motivazioni allo studio dell’italiano nel mondo, i dati sono noti, la rendicontazione esauriente[3]. Gli informanti – ben 18.000 - erano parte del pubblico che rispondeva (e tuttora risponde) a offerte formative di università straniere, degli Istituti Italiani di Cultura delle Scuole italiane all’estero, delle istituzioni universitarie straniere, di quelle italiane di Siena, di Perugia e di altre università, dei centri della Società Dante Alighieri, delle scuole private. Il dato più importante che l’indagine metteva in luce (e che presentava alla sorpresa delle nostre stesse istituzioni meno avvertite) era il fatto che ogni anno più di due milioni di stranieri studiavano l’italiano[4]: cifra consistente, questa, per una lingua che non ha un eccessivo numero di parlanti nativi e che comunque non sembrava oggetto di attenzione per interessi strumentali, di interazione commerciale e di comunicazione internazionale. Alla fine degli anni ‘70 nel mondo erano le donne a preferire l’italiano in rapporto di 2 a 1 rispetto agli uomini; oltre 7 su 10 tra coloro che richiedevano corsi di lingua italiana erano studenti, mentre la maggior parte degli altri appartenevano al ceto impiegatizio. Due terzi degli intervistati indicavano l’esigenza di ‘cultura personale’ come motivazione primaria che li induceva a intraprendere lo studio dell’italiano. La motivazione principale allo studio della lingua italiana come lingua straniera era collegata alla sua identità di lingua di cultura, che rinviava alla grande tradizione letteraria ed artistica che ha trovato forma nella nostra lingua.

Vorremmo solo aggiungere alla sintetica presentazione dei suoi risultati  alcuni ricordi personali, forse non oggettivi come i numeri che l’indagine fornì, ma capaci di testimoniare la sua importanza. Il primo aspetto soggettivo è costituito dal senso di sorpresa, dallo stupore che prese tutti i partecipanti al convegno: non solo per le cifre, per i dati che l’indagine aveva scoperto e che presentava, ma soprattutto per il fatto che una indagine vasta e sistematicamente estesa a tutto il mondo era stata promossa e realizzata; e ancora, per il fatto che il convegno di sua presentazione era stato organizzato, e che tale convegno assumeva chiaramente la funzione di prima occasione di raccordo fra la dimensione istituzionale e tutte le altre dimensioni coinvolte dalle tematiche della lingua e cultura italiana all’estero. Rappresentanti dello Stato, delle sue istituzioni centrali e delle sue emanazioni periferiche; docenti; operatori culturali; rappresentanti delle organizzazioni produttive e sindacali: tutti avevano colto nel convegno la prima vera occasione dal dopoguerra nella quale confrontarsi per contribuire a capire che cosa era l’italiano all’estero e per delineare le linee di una strategia per la sua gestione[5].

Stupore e sorpresa, dunque, per ritrovarsi a discutere, all’inizio degli anni ’80, sulla natura e sul destino dell’italiano come L2, nel pieno dell’attenzione degli studi scientifici di linguistica alla nuova identità che la lingua italiana stava sempre più prendendo dentro e fuori i confini nazionali; nel fervore del rinnovamento delle linee di educazione linguistica da sviluppare nel sistema scolastico. Sorpresa e stupore, però, anche per i dati.

Il primo elemento che impressionava era costituito dal fatto che, alla fine degli anni ’70, la lingua italiana non era ambita, non era oggetto di studio da parte di un gruppo ristretto di stranieri: ogni anno 2-3 milioni erano gli stranieri che si avvicinavano all’italiano come lingua oggetto di studio. Questo elemento ebbe un effetto dirompente sul quadro entro il quale si era sempre collocata l’azione statale nei confronti della nostra lingua all’estero, che considerava oggetto di attenzione elitaria, propria di pochi colti. In realtà, l’italiano era lingua fortemente cercata e studiata, non certo quanto l’inglese o il francese, ma in una misura non irrilevante e comunque tale da collocarla entro le prime lingue di cultura a diffusione internazionale. La constatazione dell’ampia base degli stranieri che si avvicinavano all’italiano poteva confermare la bontà della linea di ‘non intervento’, di ‘non politica’ di diffusione della nostra lingua sostanzialmente messa in atto fino ad allora. In realtà, l’effetto dell’indagine fu quello di sollecitare una promozione sistematica, la messa in atto di interventi secondo una strategia generale: lo esigevano i numeri non irrilevanti degli stranieri e l’intuizione che anche la lingua italiana, o meglio il nesso lingua-cultura-società, si trovava entro un sistema di lingue a diffusione internazionale, e che tale sistema era competitivo.

Con quale identità la lingua italiana si collocava entro tale sistema, a quali risorse poteva attingere per lo sviluppo della dinamica concorrenziale: tutto ciò costituiva il secondo elemento evidenziato dall’indagine. La risposta che allora fu data era che la lingua italiana era oggetto di contatto e di studio quasi esclusivamente per il suo legame con una tradizione intellettuale.

Dunque, la sorpresa e lo stupore per la novità del vedere la lingua italiana oggetto di forte attenzione a livello internazionale si accompagnava alla conferma che ciò era dovuto alla sua identità culturale ‘alta’, o meglio: intellettuale. Da un lato, perciò, una novità, e dall’altro una conferma. In più, l’idea che il solo destino della lingua italiana diffusa fra stranieri fosse legato al suo patrimonio culturale, al fatto che essa era la forma costituente di una storia culturale capace ancora di attrarre gli stranieri. Sulla base di tale dato si cominciava ad intuire che se questi si rivolgevano in numero sempre maggiore alla nostra lingua, ciò era dovuto alla capacità di prolungare il felice legame lingua – cultura intellettuale anche in altri fenomeni, che riposizionavano a livello internazionale la società italiana in quegli anni: l’industrializzazione, il boom economico, la fortuna di manifestazioni produttive legate a una base estetica (il design, la moda), l’immagine di una felice sintesi fra modernità, tradizione culturale, creatività; e ancora, la pluralità delle identità e la ricchezza delle tradizioni antropologiche. Tutti questi aspetti nuovi apparivano confermare e continuare, però, l’identità storicamente definita che legava la lingua italiana alle vette della cultura letteraria, artistica, musicale e delle altre manifestazioni della produzione intellettuale. La situazione economico-sociale italiana di quegli anni cominciava a far intravedere scenari migliori di quelli che l’avevano appena preceduta, e anche tale aspetto concorreva a disegnare progetti culturali di diffusione della nostra lingua in sintonia con il quadro messo in luce.

Ciò che è derivato dall’indagine della fine degli ’70 è noto, e non è questa la sede per riproporlo. Vogliamo solo ricordare, però, un altro aspetto della nostra tesi interpretativa, ovvero che quell’indagine, che fu presa come base per una strategia di prospettiva, capace di determinare lo sviluppo futuro, delle successive azioni di promozione linguistico-culturale, in realtà chiudeva un’epoca, fotografava una condizione ormai stabilizzata, in esaurimento quanto a caratteri ormai consolidati. Nuove realtà planetarie stavano investendo l’Italia e la sua lingua, così come il sistema dei rapporti fra le lingue a diffusione internazionale. Proprio alla fine degli anni ’70 viene realizzato il primo saggio sociologico su un fenomeno nuovo, allora, cioè l’immigrazione straniera in Italia; è del 1981 il primo articolo sui problemi linguistici degli immigrati stranieri[6]. Oggi ci è sempre più chiaro il fatto che l’italiano è lingua di contatto per almeno 1.700.000 immigrati stranieri adulti e bambini, che apprendono e usano la nostra lingua non per interesse culturale né per turismo, ma per sopravvivere e vivere, per inserirsi socialmente e professionalmente nella nostra società. E ancora, la nuova e consolidata posizione internazionale dell’Italia come paese industriale ha promosso l’attenzione degli stranieri anche per la nostra lingua come idioma capace di permettere scambi comunicativi nei settori della produzione e più generalmente dell’economia. Infine, la stessa composizione dei pubblici interessati culturalmente appare mutata, dal momento che si è passati da un generico interesse verso una tradizionale (se non stereotipata) immagine dell’identità culturale italiana allo specifico interesse degli studenti e dei docenti impegnati nei progetti di mobilità internazionale[7].



[1] Per gli atti del convegno v. Presidenza del Consiglio dei Ministri (1983).

[2] Ved. Vedovelli (1999), (2001), (in stampa); Bandini – Barni – Sprugnoli (1999).

[3] Ved. Presidenza del Consiglio dei Ministri (1983), Baldelli (1987).

[4] V. Presidenza del Consiglio dei Ministri (1983) e Baldelli (1987).

[5] Va ricordato, a onor del vero, che a livello di ricerca scientifica di linguistica si era già manifestata una forte attenzione a tali tematiche: uno dei primi convegni della Società di Linguistica Italiana, nel 1970, venne dedicato proprio all’italiano all’estero (Medici – Simone 1971).

[6] Esperienze e proposte (1979); Vedovelli (1981).

[7] Per le indagini sui pubblici dell’italiano ved. Maggini / Parigi (1983), Covino Bisaccia (1989 e 1990), Bandini / Barni / Sprugnoli (1999), Vedovelli (1999), (2000), De Mauro / Vedovelli (1996).